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Debito i primi 5000 anni

Un rapinatore, una barzelletta, e la vera storia del libero mercato.

Debito i primi 5000 anni

Ho iniziato a leggere Graeber per fastidio. Fastidio di vivere dentro quello che la nostra generazione ha ribattezzato come experience economy, o subscription economy. E alla fine mi è piaciuto.

Copertina del libro Debito di David Graeber, edizione italiana
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Debito. I primi 5000 anni
Cinquemila anni di storia per spiegarti perché sei sempre in debito.
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I primi 5000 anni di debito non è un libro di economia, o almeno non solo. È una dissezione di come abbiamo costruito la morale intorno al denaro, e di come quella morale ci controlla da cinquemila anni.

Per questo fatico a metterlo in un cassetto solo. Sta a metà tra storia, economia e antropologia.

È un libro lungo, denso, a tratti accademico. Ma il modo in cui scrive Graeber me lo ha fatto digerire senza troppa fatica. Seicento pagine, circa 21 ore del mio tempo.

Condensarle in un articolo sarebbe stato impossibile. Così ho preso i temi che mi hanno colpito di più e, come al solito, li ho commentati a modo mio. Non farò spoiler di tutto, altrimenti che gusto c'è a leggerti il libro?

Il baratto non è mai esistito.

La storia che ci raccontano è sempre la stessa. Prima gli uomini facevano baratto, cioè scambiavano beni o servizi con altri di valore equivalente, senza usare denaro. Poi hanno inventato i soldi per rendere tutto più semplice. Poi è arrivato il credito.

Graeber smonta questa narrativa. Il baratto tra estranei è rarissimo nella storia. Le comunità che si conoscono non barattano, si fidano. Il credito viene prima delle monete, non dopo.

La storia del baratto non è un fatto storico. È un mito fondativo che giustifica un sistema. Adam Smith l'ha inventata, poi gli economisti l'hanno ripetuta per duecento anni, e nessuno è andato a controllare se fosse vera.

Secondo Graeber non lo era.

Il debito è sempre stato morale prima di essere economico.

Ed è un po' l'idea centrale del libro.

Chi è in debito si sente in colpa. Chi si sente in colpa è molto più facile da gestire. Non hai bisogno di forza, di muri, di polizia.

Ti basta che la persona si convinca da sola di dover pagare. Il debito trasforma un rapporto di potere in un rapporto morale. Ed è molto più efficiente.

Il FMI e il guinzaglio del debito.

Le colonie non esistono più. Almeno, così ci raccontiamo.

La realtà è che il meccanismo coloniale non è sparito. Si è solo raffinato. Al posto delle truppe c'è il credito. Al posto del governatore coloniale c'è il Fondo Monetario Internazionale.

E questo te lo spiego con un esempio. Nel 1895 la Francia invade il Madagascar, scioglie il governo della regina Ranavalona III e dichiara il paese colonia. La prima cosa che fa il generale Gallieni, finita la cosiddetta pacificazione, è imporre tasse pesanti sulla popolazione locale. Per quale motivo? Per rimborsare i costi dell'invasione. In parole povere, i malagasci si sono autofinanziati la propria occupazione.

La Francia costruisce ferrovie, strade e ponti che nessuno aveva chiesto, e che nessuno ha mai finito di pagare.

Qual è la morale della favola?

Oggi il FMI presta soldi agli stessi paesi del terzo mondo per ripagare debiti verso quegli stessi paesi occidentali che quelle infrastrutture le hanno costruite e le affittano ancora. Cambia il creditore, non il meccanismo.

E capisci anche perché ci odiano. Non per i nostri valori, non per la nostra cultura. Ci odiano perché le colonie hanno attaccato un conto che i loro figli e i loro nipoti stanno ancora pagando. Noi mandiamo i consulenti del FMI a spiegargli come ripagarlo. E nel frattempo mandiamo anche gli ambientalisti a spiegargli come stare green.

Non puoi risolvere la povertà nel terzo mondo prestando soldi a chi è povero perché qualcuno gli ha già presentato un conto che non riusciranno mai a saldare. E questo si spiega bene con una barzelletta.

La barzelletta del rapinatore.

Due amici camminano per strada. Chiamiamoli Marco e Luca. Marco deve cento euro a Luca. Salta fuori un rapinatore con la pistola.

Marco coglie l'occasione e dice

sai che c'è, Luca, ti restituisco i cento euro che ti devo.

Il rapinatore rimane così offeso dall'idea che qualcuno possa saldare un debito senza il suo permesso che tira fuori mille euro di tasca propria, punta la pistola su Luca e gli ordina di prestarli a Marco.

Luca presta i mille euro a Marco. Il rapinatore se li riprende.

Marco ha onorato il suo debito. Luca ha incassato i cento euro. Il rapinatore ha fatto girare l'economia.

Tutti contenti.

Questo è il libero mercato.

Il dollaro non è una valuta. È una pistola.

Adam Smith diceva che il libero mercato avrebbe premiato chi produce di più, a meno, meglio. Stando alla sua teoria, i paesi asiatici dovrebbero già averci superato. E in parte sta succedendo.

Il problema è che il libero mercato funziona finché non minaccia chi lo ha costruito. A quel punto smette di essere libero.

Quando il Giappone negli anni Ottanta stava diventando troppo competitivo, gli Stati Uniti non hanno lasciato che la mano invisibile del mercato decidesse. Hanno convocato i giapponesi a New York, firmato gli accordi del Plaza nel 1985, e li hanno costretti a rivalutare lo yen. L'economia giapponese non si è mai ripresa davvero. Richard Werner, che ha passato più di un decennio a studiare e lavorare in Giappone, lo racconta nel dettaglio in Princes of the Yen.

Copertina del libro Debito Princes of the Yen di Richard Werner
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Princes of the Yen
La vera storia dietro il crollo dell'economia giapponese.
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Quando l'Iraq nel 2000 ha provato a vendere il proprio petrolio in euro invece che in dollari, nel 2003 è arrivata l'invasione. Quando l'Iran ha provato a fare lo stesso, sono arrivate le sanzioni.

Il dollaro è la valuta di riserva mondiale non perché il mercato l'abbia scelto. È perché gli Stati Uniti mantengono ottocento basi militari sparse sul pianeta e sono l'unico paese capace di bombardare qualsiasi punto della superficie terrestre con poche ore di preavviso.

Il libero mercato esiste. Finché non tocchi il dollaro.

Debitore o schiavo. La differenza è più sottile di quanto pensi.

A un certo punto nel libro, Graeber fa una domanda che non riesco a togliermi dalla testa.

Cosa distingue un debitore da uno schiavo? Entrambi devono il proprio tempo a qualcun altro. Entrambi lavorano per qualcuno che li ha finanziati. La differenza è legale e, in teoria, temporanea. Ma se il debito è abbastanza grande e abbastanza permanente, quella distinzione diventa sottile.

Mutuo, contratto a tempo determinato, abbonamenti, rate mensili. Non hai bisogno di essere un servo della gleba per non possedere nulla. Ti basta essere perfettamente integrato nel sistema.

Ti ricordi Klaus Schwab quando diceva al World Economic Forum che "Non avrai nulla e sarai felice"? Ha sbagliato solo un dettaglio. Si è dimenticato di dirti che pagherai profumatamente per il privilegio di non possedere nulla.

Ecco dove siamo. L'unica differenza è che Graeber lo aveva già anticipato nel lontano 2011.

La non conclusione

Quello che mi porto a casa è semplice. Il debito non è mai stato solo un numero su un estratto conto. È una tecnologia di controllo travestita da contabilità. E funziona meglio di qualsiasi esercito, perché non serve costringere nessuno. Basta convincerlo che deve.

Io questo libro l'ho aperto per capire meglio la mia allergia agli abbonamenti. L'ho chiuso capendo che l'abbonamento è solo l'ultima maschera di un meccanismo vecchio quanto la civiltà.

Vale la pena leggerlo? Assolutamente sì. Ma preparati. Dopo certe pagine il telegiornale della sera non ti sembrerà più lo stesso.

Se vuoi capire meglio come funziona il meccanismo del debito da dentro, ho scritto anche un articolo su come le banche creano denaro dal nulla. È un buon punto di partenza.

Trovi I primi 5000 anni di debito qui.

Io intanto mi sono già segnato nella lista L'alba di tutto. Una nuova storia dell'umanità. Sempre di Graeber.

Stammi bene.