Questo mese ho passato 48 ore con Fyodor Dostoevskij.
Ho speso quelle ore leggendo la biografia che Joseph Frank gli ha dedicato, originalmente in cinque volumi, poi condensata in uno solo.
Che piccolo non è... stiamo parlando di quasi mille pagine. (🤥 960 )
Non è stata una scelta casuale. Ogni anno leggo almeno una biografia. L'anno scorso è toccato a Tolstoy, quello prima a Cechov. Quest'anno ho deciso di chiudere il cerchio dei grandi scrittori russi con Dostoevskij. Trovi alcune delle biografie che ho letto qui.
Dostoevskij, per me, non era certo un nome nuovo. Avevo già letto Povera gente, Memorie dal sottosuolo, Delitto e castigo. Ma leggere i romanzi di uno scrittore e leggere la sua biografia sono due esperienze completamente diverse. In un caso è lui a raccontarsi, anche se indirettamente. Nell'altro è qualcun altro che prova a ricostruirne la sua vita, osservandola da fuori.
Piccolo spoiler: il libro di Joseph Frank è denso. Molto denso. Accademico, dettagliato e, a tratti, persino faticoso da portare avanti. Poi per carità, il contenuto vale ogni pagina ma il modo in cui è presentato, un po' meno.
Proprio per questo, stavolta ho deciso di fare qualcosa di diverso.
Invece di raccontarti semplicemente quello che ho letto, ho provato a trasformare quelle mille pagine in un'intervista immaginaria.
Quindi siediti, prenditi il popcorn e immagina una stanza a San Pietroburgo.
L'aria sa di tabacco e carta stampata. È il 1871. Dostoevskij è appena rientrato dall'Europa e ha assunto la direzione del giornale Il Cittadino (Гражданин)
Di fronte a me, seduto su una poltrona consumata, c'è lui.
Ha lo sguardo di chi ha visto troppo e dormito troppo poco.
E prima ancora che io apra bocca, ho la sensazione che sappia già cosa sto per chiedergli.
Da qui in avanti lo chiamerò Fyodor Mikhailovich, nome e patronimico, come si fa tra russi quando si vuole essere rispettosi ma non troppo formali.
Fyodor Mikhailovich, lei ha perso fortune intere alla roulette. Ha impegnato gli abiti, le fedi nuziali, i gioielli di sua moglie. Eppure continuava a giocare. Come lo spiega?
Fyodor. Non era il denaro. O almeno, non soltanto il denaro.
Giocavo perché ero convinto che una sola vincita avrebbe sistemato tutto. I debiti, le scadenze, le umiliazioni.
Avevo persino un sistema. Tutti i giocatori ne hanno uno. Il mio consisteva nel credere che, mantenendo il sangue freddo e dominando me stesso, avrei finito per dominare anche la roulette.
Naturalmente era un'illusione.
Eppure continuavo a tornarci.
Alcuni dei miei romanzi migliori li ho scritti con i creditori alla porta, senza un soldo, con la penna in mano e il panico nello stomaco.
Forse avevo bisogno di toccare il fondo per trovare le parole giuste.
Fyodor Mikhailovich, Delitto e castigo è probabilmente il suo romanzo più conosciuto. Raskolnikov uccide una vecchia usuraia convinto di essere un uomo superiore, al di sopra della morale comune. Qual è la lezione morale che voleva trasmettere?
Fyodor. All'inizio Raskolnikov si racconta che uccide per una ragione nobile. Per liberare il mondo da una parassita. Per usare quei soldi per fare del bene.
Ma è una bugia che racconta a se stesso.
La verità è che uccide per scoprire se è capace di farlo. Per capire se appartiene alla categoria degli uomini straordinari, quelli che, come Napoleone, possono oltrepassare la legge morale in nome di un fine superiore.
Questa idea gli viene dall'Occidente. Ed è veleno.
Perché quello che Raskolnikov scopre, dopo il delitto, è che non esiste alcun uomo straordinario.
Esiste solo un uomo che ha ucciso e che non riesce più a guardarsi allo specchio.
Non capisco. Perché dice che questa idea viene dall'Occidente?
Fyodor. Perché l'Occidente ha messo l'individuo al centro di tutto.
Ha costruito una filosofia intera attorno all'idea che l'io sia la misura di tutte le cose.
E quando metti l'io al centro, prima o poi arrivi alla conclusione che certi individui valgono più di altri.
Che certi uomini, per il loro genio, per la loro visione, hanno il diritto di fare ciò che gli altri non possono fare.
Napoleone non era un mostro per l'Occidente. Era un modello.
E i giovani russi istruiti, quelli che avevano studiato la filosofia europea, avevano assorbito questa idea come una spugna.
Raskolnikov è uno di loro. È un ragazzo brillante che ha letto troppo e vissuto troppo poco.
Eppure alla fine Raskolnikov si inginocchia in mezzo alla piazza e bacia la terra. Perché proprio quel gesto?
Fyodor. Perché è il gesto più onesto che un uomo possa fare.
Non c'è teoria, non c'è filosofia, non c'è orgoglio in quel gesto. C'è solo un uomo che si arrende a qualcosa di più grande di lui. La terra, il popolo, Dio.
Raskolnikov aveva passato tutto il romanzo nella sua testa. A ragionare, a costruire sistemi, a convincersi di avere ragione.
Quel bacio è il momento in cui smette di pensare e inizia finalmente a sentire.
È lì che comincia la sua redenzione. O forse semplicemente la sua resa.
Un’ultima curiosità. Il nome Raskolnikov non è casuale. Raskol significa scisma in russo. È un riferimento ai Raskol'niki, agli scismatici della Chiesa ortodossa?
Fyodor. Certo che lo è.
Raskolnikov è un uomo che si scinde. Dalla società, dalla morale, da Dio.
Cosi come i Vecchi Credenti (староверы) si erano separati dalla Chiesa ufficiale convinti di avere ragione contro tutti, lui si separa dall'umanità convinto di essere superiore.
Entrambi pagano il prezzo di quella separazione. Lo scisma non libera mai. Isola.
Fyodor Mikhailovich, nel 1849 viene arrestato e condannato a morte. Cosa aveva fatto di così pericoloso?
Fyodor. Avevo letto una lettera ad alta voce.
Una lettera di Belinsky a Gogol, critica verso lo zar e verso la Chiesa.
Bastava quello.
Non avevo costruito bombe, non avevo organizzato rivoluzioni. Avevo letto una lettera in una stanza con altri uomini che cercavano di capire il mondo.
Ma per il potere, le idee fanno più paura delle armi.

E quella mattina nel piazzale di Semënovskij, mentre aspettava il suo turno per l’esecuzione, convinto di morire. Cosa ha pensato?
Fyodor. Faceva freddo quella mattina. Un freddo che entrava nelle ossa.
Hanno portato i primi del gruppo davanti al palo. Uno dopo l'altro. E in quei minuti non ho provato la paura come la immagini tu.
Ho sentito un terrore mistico. Un'idea che mi ha dominato completamente. Che tra pochi minuti sarei andato verso un'altra vita. Una vita ignota.
Poi è arrivato un prete con la croce. L'ho baciata insieme agli altri. Anche i più atei tra noi l'hanno baciata.
In quel momento capisci che certe cose non hanno bisogno di essere capite per dare conforto.
Tutto il resto. La vita di prima. Le ambizioni. Le persone che conoscevo. È diventato insignificante di fronte a quel passaggio verso l'ignoto.
E quando ci hanno detto che eravamo salvi non sono riuscito a sentirmi sollevato. Qualcuno sorrideva, dicendo che era tutto passato.
Io ho solo chiesto, sottovoce, se fosse vero. Non riuscivo a crederci.

Fyodor Mikhailovich, lei ha passato quattro anni in un campo di lavori forzati in Siberia. Com'era la vita lì dentro, con gli altri prigionieri?
Fyodor. Eravamo ammassati in baracche di legno. Decine di uomini. Ladri, assassini, contadini, nobili. Tutti insieme.
Le prime sere sono state le peggiori. Rumore, urla, bestemmie, il suono delle catene. Fumo, sporcizia, teste rasate, facce segnate. Vestiti stracciati.
Tutto era sporco. Tutto era rotto. Degradato.
Nonostante questo, l'uomo è una creatura che si abitua a tutto. Credo sia la definizione migliore che esista di lui.
I contadini detenuti non ci guardavano come compagni di sventura. Per loro ero un signore, anche lì dentro. E quella distanza non si è mai davvero sciolta. Anzi, me la facevano pesare.
Il lavoro forzato, in sé, era persino più leggero di quello che avevo fatto da uomo libero. La vera pena era che fosse obbligatorio, e soprattutto privo di significato. Che non potessi scegliere di non farlo.
Per questo quasi tutti si erano costruiti un lavoro proprio, di nascosto. Attrezzi proibiti, piccoli mestieri, qualche soldo guadagnato vendendo quello che fabbricavano. Le guardie chiudevano un occhio, lo sapevano anche loro che serviva.
Perché senza un lavoro scelto, qualcosa a cui dedicare la mente per intero, un uomo in prigione non sopravvive. Diventa depravato. Si trasforma in una bestia.
Senza quei piccoli mestieri segreti, ci saremmo divorati a vicenda come ragni in un barattolo di vetro.
Ma la cosa peggiore è stata un'altra.
Per quasi cinque anni sono stato sempre sotto sorveglianza, in mezzo agli altri uomini, e non ho avuto un'ora da solo. Mai.
La solitudine è un bisogno normale. Come mangiare o bere. Senza di essa si finisce per odiare il genere umano. Anche quando si è circondati dagli uomini.
È questo che mi ha fatto soffrire di più.
Fyodor Mikhailovich, lei ha sempre guardato all'Occidente con diffidenza, quasi con disprezzo. Mi spieghi perché?
Fyodor. Ho vissuto in Europa. Ho girato la Germania, la Francia, la Svizzera. Ho camminato per Londra. Ho visitato Milano, Firenze, Roma. E quello che ho visto non mi ha convinto.
A Londra, un sabato sera, ho visto migliaia di operai scendere in strada con mogli e figli. Portavano con loro i pochi risparmi guadagnati a fatica. E sul volto, tutta la stanchezza della settimana.
Tutto restava aperto. Negozi, taverne, tutto illuminato con luci a gas fino a tardi. Sembrava una festa allestita per quella massa di uomini senza volto.
Si ubriacavano tutti, ma senza allegria. Un'ubriachezza triste, cupa, silenziosa. Quell'immagine mi ha tormentato per tre giorni.
A Milano ho trovato una città industriale, frenetica. Il clima era persino migliore che altrove, ma l'atmosfera generale mi è parsa tetra, deprimente.
A Firenze ho visto le chiese più belle del mondo. Ma ho visto anche una borghesia che aveva trasformato la fede in decorazione. In cultura. In qualcosa di esteticamente perfetto ma spiritualmente vuoto.
L'Occidente ha costruito una civiltà basata sul denaro e sull'individuo.
In Francia, e in tutta l'Europa occidentale, la fratellanza non esiste davvero. Esiste solo l'io. Un io isolato che si afferma contro tutto il resto del mondo. E poi parla di uguaglianza, mentre si concede il diritto di sentirsi superiore a chiunque altro.
Chiamano tutto questo progresso.
Ma sotto quella superficie lucida ho visto una solitudine che in Russia non avevo mai incontrato.
Noi russi abbiamo qualcosa che tiene insieme le persone senza bisogno del denaro come collante. La comunità, la fede, la terra.
L'Occidente ha perso tutto questo e non se n'è ancora accorto.
Fyodor Mikhailovich, lei ha creato vari personaggi che cercano Dio, che lo negano, che lo odiano. Ma cosa crede davvero lei?
Fyodor. Ho attraversato momenti in cui non riuscivo a credere. In Siberia, guardando quegli uomini ridotti a niente, mi sono chiesto dove fosse Dio in tutto quello.
E non ho trovato risposta.
Ma sa cosa ho scoperto? Che non riuscivo nemmeno a non credere.
Vivere senza Dio per me significava vivere in un mondo dove tutto era permesso. Dove non esisteva nessun limite, nessun senso, nessuna ragione per comportarsi in un modo piuttosto che in un altro.
E quel mondo mi faceva più paura dell'inferno.
Quindi sono rimasto lì, in mezzo, tra il dubbio e la fede. Non è una posizione comoda. Ma è l'unica onesta che conosco.
Fyodor Mikhailovich, suo padre era un uomo rigido, autoritario. Che rapporto aveva con lui?
Fyodor. Mio padre aveva costruito la nostra famiglia attorno alla sua routine, e quella routine non cambiava mai.
Sveglia alle sei. Lui in ospedale alle otto, noi a lezione. Tornava verso mezzogiorno a controllare cosa avevamo studiato. Pranzo all'una.
Poi due ore di silenzio assoluto in casa, perché lui dormiva sul divano in salotto. E guai a fare rumore.
La sera ci leggeva ad alta voce, se non era troppo occupato con i suoi pazienti. Cena alle nove, preghiere davanti all'icona, poi a letto.
Ogni giorno identico al precedente.
Mi ha insegnato che il fallimento era una colpa morale, non una sfortuna. Che la povertà era una vergogna da cui difendersi con lo studio, con la disciplina, con il sacrificio.
Quella voce non me la sono mai tolta dalla testa. Forse è per questo che ho sempre scritto di uomini schiacciati dal senso di colpa. Li conoscevo dall'interno.
Fyodor Mikhailovich, sua moglie Anna. Lei impegnava i suoi gioielli per pagare i suoi debiti di gioco, sopportava tutto senza lamentarsi. Come faceva?
Fyodor. Non lo so ancora. È la domanda che mi sono fatto per tutta la vita.
Io ero un uomo difficile. Avevo l'epilessia, avevo i debiti, avevo il vizio del gioco.
L'ultimo giorno che ho giocato, ho perso cinquanta franchi che lei mi aveva dato. Poi altri venti, ottenuti impegnando un suo anello. Eravamo senza soldi per il viaggio di ritorno, così abbiamo impegnato di nuovo i suoi orecchini, riscattato la fede nuziale, comprato i biglietti.
Un'ora e mezza prima di partire sono tornato al casinò con venti franchi per un ultimo tentativo. Inutile, come sempre. Lei mi disse solo di smettere di fare scene e di aiutarla a chiudere le valigie.
Negli anni ha impegnato le fedi, gli orecchini, una spilla che le avevo regalato io stesso, persino il mio soprabito e il suo scialle di pizzo. Mi disse una volta che se fosse stata più grande, più matura, mi avrebbe trattato diversamente. Che come moglie avrebbe dovuto impedirmi certe cose.
Non lo ha fatto. Non so se lo meritavo. So che senza di lei non avrei scritto niente di quello che ho scritto. Era lei che teneva in piedi tutto, mentre io tenevo in piedi solo i personaggi.

Mi ha parlato di lei come del suo sostegno nei momenti peggiori. Ma come siete arrivati a innamorarvi, in mezzo a tutto quel caos?
Fyodor. È successo durante quei ventisette giorni in cui dettavo Il giocatore (Игрок)
Con il tempo avevo iniziato a chiamarla golubchik (голубчик). Piccola colomba, si direbbe in italiano.
Mi confidavo con lei durante le pause per il tè. Le raccontavo i momenti più tristi della mia vita. Un giorno mi chiese perché ricordassi solo le disgrazie, e non le volte in cui ero stato felice.
Le risposi che felicità non ne avevo mai avuta. Non quella vera, quella che avevo sempre sognato. Ero ancora lì ad aspettarla.
Non sapevo che l'avevo già davanti. Seduta su quella sedia, a scrivere quello che le dettavo.
Fyodor Mikhailovich, lei era a Firenze mentre finiva L'Idiota. Come scriveva? Qual era la sua routine quotidiana in quei mesi?
Fyodor. Mi svegliavo tardi, accendevo il fuoco perché faceva un freddo terribile lì dentro, e bevevamo il caffè insieme.
Poi mi mettevo al lavoro.
Alle quattro uscivo a cena in un ristorante, dove mangiavo per due franchi, vino incluso. Anna preferiva mangiare in casa, era incinta in quei mesi.
Dopo cena andavo al caffè a leggere i giornali russi, tutti, fino all'ultima riga. Facevo una mezz'ora di passeggiata poi tornavo a casa, riaccendevo il fuoco, prendevamo il tè, e mi rimettevo a lavorare.
Non era sempre stato così. In altri periodi scrivevo di notte, perché di giorno non riuscivo a stare solo con me stesso. Avevo scadenze impossibili, contratti firmati con anticipo già speso, editori che aspettavano.
Chiamatela routine se volete. Io la chiamavo necessità, ogni volta diversa.
Fyodor Mikhailovich,tra tutto quello che ha scritto, qual è il suo romanzo più grande? E perché?
Fyodor. I fratelli Karamazov (Братья Карамазовы)
Ci ho lavorato tre anni. E altri due per pubblicarlo. Quando ho scritto l'ultima frase e l'ho spedita al mio editore, gli ho scritto che non volevo dirgli addio. Che intendevo vivere e scrivere ancora per vent'anni.
Non è successo, ma questo non lo sapevo ancora in quel momento.
In quel libro c'è la domanda che mi ha tormentato tutta la vita, consciamente o inconsciamente. Se Dio esiste davvero.
Ho dato quella domanda a tre fratelli, e li ho lasciati litigare. Ognuno di loro sono io, in un momento diverso della mia vita. Quale dei tre ti convince di più, lo lascio decidere a te.
Dentro quel libro c'è anche la voce di Schiller. L'ho letto da bambino e non l'ho mai più dimenticato. La sua idea che l'uomo possa essere bello e nobile anche dentro la sofferenza, è rimasta con me da allora. Volevo che ci credesse anche il lettore, almeno per un momento.
Se devo lasciare qualcosa al mondo, lascio quella possibilità. Che si possa soffrire senza diventare meschini.
Fyodor Mikhailovich, ultima domanda. Lei è stato condannato a morte, ha vissuto in miseria, ha perso fortune al gioco, ha trascorso quattro anni in Siberia. Oggi siamo pieni di distrazioni. Smartphone, social, binge watching. E nonostante questo, sembriamo più insoddisfatti che mai. Cosa direbbe all'uomo moderno che si lamenta della sua vita?
Fyodor. Gli direi di smettere di guardare fuori e iniziare a guardare dentro.
L'uomo moderno ha tutto e si sente vuoto. Ha comfort che io non avrei mai immaginato e si annoia.
Sa perché? Perché ha delegato il senso della sua vita a qualcosa di esterno. Al denaro, al successo, all'opinione degli altri.
Io ho scritto i miei romanzi migliori senza un soldo, con i creditori alla porta e l'epilessia che mi aspettava dietro l'angolo. Non perché fossi coraggioso. Ma perché non avevo alternativa.
E forse è questo il problema dell'uomo moderno. Ha troppe alternative.
E quando hai troppe alternative, non scegli niente. Ti perdi nel mezzo e chiami quella perdita libertà.
Nota a margine
Le parole di Dostoevskij in questa intervista nascono dagli appunti che ho preso durante la lettura della biografia di Joseph Frank. Li ho ricomposti in forma di dialogo, restando il più fedele possibile a chi era quest'uomo e a cosa avrebbe potuto pensare.
Mi rendo conto che non è tutto. Mille pagine non ci stanno in un'intervista, per quanto lunga. Quello che resta fuori, però, lo trovi qui sotto, in ordine cronologico.
Bibliografia
- 1846 Povera gente (Бедные люди)
- 1846 Il sosia (Двойник)
- 1848 Le notti bianche (Белые ночи)
- 1849 Netočka Nezvanova (Неточка Незванова)
- 1861 Umiliati e offesi (Униженные и оскорбленные)
- 1861-1862 Memorie dalla casa dei morti (Записки из Мёртвого дома)
- 1864 Memorie dal sottosuolo (Записки из подполья)
- 1866 Delitto e castigo (Преступление и наказание)
- 1866 Il giocatore (Игрок)
- 1868-1869 L'idiota (Идиот)
- 1871-1872 I demoni (Бесы) Uscì a puntate sulla rivista Il messaggero russo a partire dal 1871 fino alla fine del 1872. L'edizione in volume unico uscì poi nel 1873.
- 1873-1881 Diario di uno scrittore (Дневник писателя)Dostoevskij iniziò a scriverlo nel 1873, ma continuò a pubblicarlo (con alcune interruzioni) fino all'anno della sua morte, il 1881.
- 1875 L'adolescente (Подросток)
- 1879-1880 I fratelli Karamazov (Братья Карамазовы)