C'è uno script che ho quasi imparato a memoria.
Lavora duro e ce la farai. Sacrificati, stringi i denti, non mollare mai. E soprattutto, mentre lo fai, sii positivo, sorridi sempre.
A scuola lo chiamavano impegno. In azienda lo chiamano engagement. Su Instagram lo chiamano mindset. Cambia il nome a seconda del contesto, ma lo script è sempre lo stesso.
Dopotutto, Elon Musk lavora sodo, Jeff Bezos lavora sodo. Almeno così raccontano le loro biografie. Persino chi cuce le tue magliette per sedici ore al giorno, sei giorni su sette, in un capannone in Bangladesh senza aria condizionata, per due dollari al giorno, lavora sodo.
Tutti lavorano sodo.
Eppure uno dorme su uno yacht e gli altri no.
Chiunque ti abbia insegnato cos'è la meritocrazia aveva già vinto a quel gioco prima di te. E una volta vinto, ha usato il potere istituzionale per consolidare la sua posizione. E ha tutto l'interesse a farti credere che lo ha fatto in pura onestà.
Non è cinismo il mio. È che se guardi i numeri, i conti non tornano.
Il problema non sei tu che non corri abbastanza veloce. È che stai correndo sulla pista sbagliata. Ti hanno raccontato solo metà della storia.
Come funziona davvero la pista
Esistono modi diversi per salire la stessa montagna. Ma non tutti sono accessibili a tutti, e non tutti portano in cima.
Il primo è vendere il tuo tempo. Accessibile a chiunque. È lo standard de facto. Scambi ore con denaro.
Il problema è che hai solo 24 ore al giorno. Anche se arrivi a centomila euro l'anno di stipendio, devi continuare a lavorare per averli. Non appena smetti, smetti di guadagnare. Sei in affitto permanente sul tuo stesso stipendio, finché non arrivi alla pensione. Pensione che non si sa mai se arriverà.
Il secondo modo è possedere qualcosa che genera valore senza che tu ci sia. Azioni, immobili, proprietà intellettuale, aziende. Il mutuo non è un asset, è una passività. Lo dico perché in molti si confondono.
Qui però nasce il vero problema. Per possedere qualcosa ti serve già qualcosa.
Facciamo un esempio concreto. Metti che hai un'idea e hai bisogno di soldi per avviarla, quindi vai in banca a chiedere un prestito. E indovina un po'. Ti chiedono subito una garanzia. E se NON hai niente, ti dicono di no.
Per carità, esistono gli strumenti statali per "stimolare la meritocrazia". Il Fondo di Garanzia dello Stato copre l'80% del rischio con la banca. Non emozionarti troppo, il massimale è di 75.000 euro. Ma anche questi, li vedi esposti in vetrina come i biscotti di Willy Wonka. Bellissimi, colorati, sembrano fatti apposta per te.
Poi entri e scopri che per prendere quei biscotti devi già avere altri biscotti tuoi.
Quel 20% che lo Stato non copre rimane a carico tuo. La banca vuole una garanzia su quel 20%. Ma se non hai niente, la tua firma non vale niente. Pratica respinta. Prego il prossimo.
Quindi cerchi i soldi altrove. Amici, famiglia. E se te li danno, ti butti nella burocrazia. Almeno 4 mesi di carte, tutor obbligatori, costi nascosti tra una firma e l'altra. Peccato che tutto sia a carico tuo. Stai pagando la burocrazia con gli stessi soldi che avevi chiesto in prestito. E scopri che non sei ancora nemmeno partito.
Nel frattempo però il mercato non aspetta. E non puoi nemmeno partire dal garage di casa perché non è a norma. Sappiamo tutti come sarebbe andata se Musk avesse iniziato così in Italia. Guardia di Finanza, ASL e compagnia bella.
E anche se trovi i soldi, manca ancora qualcosa. L'effetto rete, la persona giusta. Il compagno di università che diventa il tuo primo cliente. L'avvocato amico di famiglia, la Paypal Mafia .
Queste cose non si comprano. Arrivano già pronte, con il cognome giusto. E noi lo diamo così per scontato che quasi non ce ne accorgiamo.
Non è la grinta. È quante volte puoi cadere...
Spesso sento dire ho paura di fallire. Io non ce l'ho. E probabilmente nemmeno tu.
Il tema è un altro.
Chi nasce con un bagaglio di sicurezza alle spalle può fallire cinque, dieci volte di fila. Prima o poi qualcosa funziona. E a quel punto qualcuno gli dedica un libro in cui spiega che è tutto merito del lavoro duro. Noi lo leggiamo, ci commuoviamo, e torniamo a lavorare sodo.
Nessuno però dedica un libro a chi era bravo, aveva grinta, ma non poteva permettersi il secondo tentativo.
La donna che cuce le tue magliette in Bangladesh probabilmente lavora più di Elon Musk. Ma se fallisce una volta, non ha spalle su cui appoggiarsi. Nessuno le copre i debiti e non ci riproverà mai.
Ed è questo che fa tutto il gioco. Non quanto duro lavori, ma quante volte puoi permetterti di cadere e rialzarti. La grinta non basta.
Lavorare sodo per qualcun altro non ti arricchisce. Arricchisce lui. Più lavori sodo, più lui cresce. Il capitale si moltiplica esponenzialmente mentre il lavoro subordinato no.
E spesso le persone più intelligenti sono le più intrappolate, perché sono brave a ottimizzare i sistemi degli altri. A scuola le premiavano per questo. Risolvono problemi, migliorano processi, aumentano l'efficienza. E in cambio ottengono riconoscimento, stabilità e qualche pacca sulla spalla.
Il riconoscimento però non ti rende proprietario di niente.
La ricchezza non premia chi raffina la macchina, premia chi la possiede. Un ruolo subordinato rinforza il sistema. L'altro estrae valore dal sistema. E le istituzioni premiano sempre il primo, perché la stabilità preserva l'istituzione.
La proprietà redistribuisce il potere. E nessuna istituzione premia spontaneamente chi le toglie potere. Anzi, ci mette i bastoni tra le ruote.
La gabbia e il manuale di istruzioni
Nel mezzo di tutto questo, non hai nemmeno il tempo di accorgertene.
Non perché sei pigro. Perché nessuno ti ha mai insegnato a pensare diversamente. Ragionare fuori dagli schemi è un extracurricolare. Come tutti gli extracurricolari richiede tempo, energia e denaro che dopo una giornata di lavoro non hai.
E per stare sereno nella gabbia, ti hanno insegnato a trattare il lavoro come un gioco. A sentirti realizzato quando raggiungi un obiettivo aziendale. A celebrare i traguardi del tuo capo come se fossero i tuoi.

Benvenuto nella corsa del topo 🐁 🐁 🐁 🐁
Le uscite esistono. Poche, ma esistono
Questa è la parte che avrei voluto leggere a vent'anni. Quella che nessuno mi ha mai detto chiaramente.
La prima uscita è nascere nel posto giusto. Famiglia giusta, rete giusta, capitale di partenza. Non è cinismo, è un dato di fatto. Bill Gates non è nato in un garage. I suoi genitori erano avvocati. Il garage era un hobby, non una necessità.
Il mito del self-made man esiste perché fa vendere libri e tiene il morale alto. I 200 libri più venduti di questo genere ti raccontano tutti la stessa storia. Ce la puoi fare anche tu, basta volerlo abbastanza. E vendono perché la gente vuole sentire quella storia, non perché sia vera.
La realtà è che dietro quasi ogni grande successo c'è qualcuno che ha aperto la porta prima.
La seconda è la fortuna. Essere nel posto giusto al momento giusto. Esiste, funziona, ma non si pianifica e non si compra.
Alessandro Pluchino, fisico teorico, ci ha costruito un modello matematico sopra. Lo trovi qui se ti interessa approfondire. In sostanza, nei mercati competitivi, la fortuna pesa più del talento nel determinare chi arriva in cima

Non vuol dire che il talento non conta. Vuol dire che senza un po' di caso, il talento da solo non basta.
La terza è iniziare a possedere qualcosa. Un asset che genera valore senza che tu ci sia. Un software, un contenuto, una rendita. Qualcosa che non smette di lavorare quando tu ti stanchi. Non è facile, richiede tempo. Molto più di quanto ti aspetti. Ma è possibile.
E oggi, con l'AI, costruire software non richiede più anni di studio. La barriera d'ingresso non è mai stata così bassa. Quello che diventa raro, e difficile da replicare, è il gusto.
Ma avere lo strumento non basta. Serve una strategia per usarlo senza bruciarsi.
Nassim Taleb la chiama opzionalità. In pratica significa non mettere tutte le uova nello stesso cestello. Ti fai assumere in un posto dove hai tempo per pensare, e nel mentre costruisci qualcosa di tuo. Piano, senza fretta. L'importante è non perdere di vista dove vuoi arrivare.
Se puoi vivere con i genitori, vivi con i genitori. Se puoi rimandare l'affitto, rimandalo. Ogni costo fisso che eviti è ossigeno in più per costruire qualcosa di tuo. Non uscire nel mondo prima di avere qualcosa in mano, perché il mondo ti mangia tutto quello che hai prima ancora che tu te ne accorga.
Ovviamente, se il tuo piano è parcheggiare il culo sul divano e guardare Netflix, questa strategia ti rema contro. L'interesse composto funziona in entrambe le direzioni. Può costruirti o distruggerti, dipende da cosa ci metti dentro.
C'è anche un altro fattore. La fortuna bacia chi si muove, chi vive negli hub giusti, chi incrocia le persone giuste. La città in cui sei nato, quella che non hai scelto, può già determinare in larga parte dove finirai. È un po' triste, ma è vero.
Quindi a volte bisogna spostarsi. Il problema è che spostarsi costa. E non parlo solo di trovare un lavoro migliore. Parlo del peso fisico di quello che hai costruito intorno a te nel tempo. Come diceva Tyler Durden in Fight Club, le cose che possiedi finiscono per possederti. E più ne hai, più costa spostarle.
Quindi quando sei pronto a muoverti, sappi che c'è questo costo da mettere in conto. Cambiare casa oggi costa tra i 6.000 e gli 8.000 euro tra deposito, agenzia, trasloco e primo mese di affitto. E questo costo è destinato a salire. Post Covid, la mobilità è diventata un lusso. Per tre italiani su quattro significa prosciugare metà dei risparmi disponibili. In un colpo solo.
Molti dicono: investi in borsa, compra azioni. Ma un portafoglio azionario non è opzionalità. MJ DeMarco, nel suo libro Esci dal copione, la chiama la regola dello schiocco. Se non puoi richiamare i tuoi soldi in tempi rapidi, quella non è libertà. È un'altra gabbia con le sbarre dorate.
L'opzionalità è avere più uscite aperte nello stesso momento. Non una sola scommessa, per quanto ben piazzata.
E poi c'è la quarta opzione.
Quella che nessuno ammette apertamente.
Uscire dalla corsa. Abbandonare. Fare il minimo indispensabile e usare le energie per vivere.
Non giudicarla, ti prego. Non è come sembra.
La mediocrità non è sempre pigrizia. È anche la scelta consapevole di smettere di correre in una gara che non puoi vincere. Un calcolo costo-beneficio lucido. Una strategia di sopravvivenza per chi è nato dall'altra parte della barricata.
Il problema è che funziona solo se hai già qualcosa sotto i piedi. Se sei in affitto permanente sul tuo stipendio e smetti di correre, non ottieni pace. Ottieni precarietà.
Il punto però non è rassegnarsi
Il punto è smettere di essere ingenui.
Capire le regole del gioco non significa accettarle. Significa smettere di perdere per ignoranza.
Se conosci come funziona la struttura sotto il cofano, puoi smettere di correre a caso. Puoi scegliere dove spendere le tue energie. Puoi costruire qualcosa di tuo, anche lentamente, anche nei margini. Puoi fare scelte realistiche invece di aspettare un premio che non arriverà mai.
Io scrivo queste cose pensando a me stesso a venticinque anni. Quando lavoravo sodo credendo che fosse sufficiente. Quando mi aspettavo che il sistema mi riconoscesse. Quando mi stupivo come mai nessuno se ne fosse accorto.
Essere ingenui significa credere che qualcuno verrà a salvarti. Nel mio caso ci sono voluti due burnout per svegliarmi. Spero che tu ci metta meno.
Se vuoi vedere tutto questo raccontato meglio di qualsiasi saggio, ti lascio due film.
Il primo è Parasite di Bong Joon-ho. Una famiglia che si sbatte, si ingegna, rischia tutto. Ma non riesce comunque a saltare la soglia. C'è una scena in cui il ricco elogia il suo autista perché non supera mai la linea, non oltrepassa mai il suo posto. Il sistema funziona finché ognuno resta dove gli è stato assegnato.
Palma d'oro a Cannes, quattro Oscar, prima pellicola non in lingua inglese a vincere come miglior film nella storia della cerimonia.
Il secondo è Burning di Lee Chang-dong. Qui la classe è invisibile e psicologica. Il potere non si mostra, esiste come assenza di spiegazione. Il protagonista non capisce cosa sta succedendo intorno a lui. Non perché sia stupido, ma perché nessuno gli ha mai dato gli strumenti per leggerlo.
Guardali. In ordine.
