Febbraio è volato via, e con lui tre letture che hanno cambiato il mio modo di pensare.
Tre libri, tre prospettive diverse.
Ti sei mai chiesto quanto conta davvero la fortuna nel successo? Come il nostro cervello influenza la società? E cosa possiamo imparare dalle prime riflessioni sull'intelligenza artificiale?
Ecco cosa ho scoperto.
Statistiche del mese:
- Libri letti: 3
- Tempo dedicato: 35 ore
- Letture del mese:
- 📚 Talento o Fortuna (6 ore) - Un'analisi scientifica del successo
- 📚 Il padrone e il suo emissario (22 ore) - Un viaggio nella mente umana
- 📚 The human use of human beings (7 ore) - Le radici dell'AI
- Media giornaliera: 1 ora e 40 minuti 🙀
- Generi: Economia, Psicologia, Cibernetica
PS. Se ti sei perso le mie recensioni del mese scorso, trovi il report di gennaio qui.
Questa volta ho scritto un po' di più del solito, ma c'è un motivo: questi tre libri sono così ricchi di spunti che condensarli troppo sarebbe stato un peccato.
Ma ti prometto che ne varrà la pena.
📖 Talento o Fortuna di Alessandro Pluchino
Un'analisi scientifica che sfata il mito del " dover lavorare facendoti il mazzo" e rivela il vero ruolo della fortuna nel successo.
Perché ho scelto di leggerlo?
Sono arrivato al libro di Alessandro Pluchino per puro caso, leggendo questa ricerca scientifica.
Mi ha colpito particolarmente il modo in cui analizza il ruolo della fortuna nel successo personale e professionale.
La ricerca dimostra, attraverso modelli matematici, come il talento da solo non sia sufficiente per raggiungere risultati eccezionali.
Le idee principali che mi hanno colpito
Ecco qui alcune cose interessanti che ho scoperto.
ll plateau salariale
Qual è, secondo te, il plateau salariale che potresti raggiungere con il tuo potenziale intellettivo?
Beh, la tua intelligenza ti porterà sicuramente fino a un certo livello, che secondo alcune ricerche si traduce in circa 60K all'anno mediamente.

Poi si ferma lì.
E non importa quanto tu sia brillante, una volta raggiunto quel plateau, avere un IQ ancora più alto non si traduce automaticamente in uno stipendio più alto.
Non fraintendermi, sì, alcuni guadagnano 100k ma in Italia stiamo parlando dell'1,2% della popolazione.
La media rimane sempre nel plateau. Anzi, direi e temo, molti sono addirittura sotto ancora.
Quindi a meno che tu non abbia fortuna e non ti trovi nel posto giusto al momento giusto, difficilmente supererai questa soglia solo facendo leva sulla tua intelligenza oppure "facendoti il mazzo", per essere chiari.
Il che mi porta al seguente punto.
Il talento è necessario ma non sufficiente.
Ecco una verità scomoda: il talento è indispensabile per il successo, ma da solo non basta.
Diciamo che la probabilità di trovare ai vertici persone di talento medio ma molto fortunate è statisticamente più alta che trovare geni sfortunati.

Questo succede perché la curva gaussiana dell’intelligenza media è molto più ampia rispetto al talento eccezionale. 👆
Quindi, in povere parole, ci sono molte più persone con capacità nella media che possono essere baciati dalla fortuna, rispetto al numero ristretto di individui estremamente dotati che potrebbero incontrare la stessa fortuna.
È un semplice gioco di numeri e probabilità.
La meritocrazia temo non basta, ci vuole autorità.
Prendiamo un tipico quiz televisivo dove abbiamo due concorrenti.
Uno riceve fortunatamente una domanda sul suo argomento preferito, mentre l'altro incappa in un tema che non conosce.
Il primo vince facilmente, e da quel momento viene considerato "il più preparato".
Poco importa che il vincitore stesso ammetta che non avrebbe saputo rispondere alla domanda dell'altro concorrente.
La vittoria, anche se dovuta in gran parte alla fortuna, gli conferisce automaticamente autorità e prestigio su cui fare leva.
Le sue opinioni, da quel momento in poi, avranno più peso rispetto a quelle del concorrente sconfitto.
È come se l'autorità fosse un capitale che si tramanda, indipendentemente dal merito effettivo delle singole affermazioni.
Non sempre puoi replicare il successo di qualcuno.
È interessante quando senti qualcuno dire "voglio diventare il nuovo Fedez" o "il nuovo Elon Musk".
Non puoi, ed è questo il punto.
Il loro successo è il risultato di una serie unica e irripetibile di circostanze fortunate, incontri giusti e momento storico perfetto.
Puoi essere anche più talentuoso di loro, ma non potrai mai replicare esattamente quel percorso, perché quel particolare mix di opportunità si è già verificato ed è irripetibile.
Il libro fa un esempio interessante su questo tema: immagina di avere miliardi di scimmie, ognuna con un computer, che battono tasti a caso.
Se una di queste scimmie riuscisse per caso a scrivere il primo canto dell'Inferno di Dante, verrebbe probabilmente osannata come un genio, le daremmo un computer nuovo e una stanza tutta sua.
Ma chi scommetterebbe che questa stessa scimmia "talentuosa" riuscirebbe a scrivere anche il secondo canto?
È quello che gli autori chiamano "meritocrazia ingenua": scambiare un colpo di fortuna per talento innato.
Questo non è un caso isolato. Molti altri seguono gli stessi principi: Musk, Bezos e Zuckerberg insieme a tutto il clan PayPal Mafia.
Questione di relazioni, nati nel posto giusto nel momento giusto.
La probabilità di diventare un Bezos, Musk o Zuckerberg avendo un IQ alto e facendoti il mazzo onestamente per 14 ore al giorno compreso sabato e domenica è di 0.0002% correlata alla popolazione degli Stati Uniti.
qui, Ti servirà anche uno sponsor e un po’ di fortuna 🍀.
Questo ovviamente fa un po’ girare i coglioni perché significa che non abbiamo il pieno controllo del nostro destino finanziario.
Ora qual è secondo te la media di età di una persona di successo? Secondo alcune statistiche, l’età media di una persona che raggiunge un successo finanziario significativo è intorno ai 61 anni.
Questa è la media. Il resto sembrerebbe essere una deviazione non standard dalla norma.
Allora, qual è il vero segreto, che metodo bisogna provare per arricchirsi onestamente?
E qui entra in gioco il vantaggio cumulativo, ovvero un mix di fortuna e "unfair advantage" che si autoalimenta nel tempo.
Quindi cosa puoi provare a massimizzare?
Beh, direi: inizia a costruire le tue reti, sia familiari che professionali. Non aspettare che il sistema cambi. Crea le tue opportunità. Investi nelle relazioni che contano. E soprattutto, smetti di giocare al gioco degli altri.
Comprendi il concetto di leva, diversamente sei limitato dal tuo tempo.
Un effetto leva sarebbe assumere persone che lo fanno per te e capitalizzare sul loro lavoro oppure sviluppare qualcosa che vende anche nel momento in cui tu dormi.
Il plateau automaticamente cambia. Certo, di mezzo c’è ancora la fortuna ma almeno hai creato le condizioni per massimizzare le probabilità di successo.
Un'altra cosa interessante è la strategia Barbell. Questa l'avevo presa in prestito da Nassim Taleb.
La cosa funziona più o meno così: metti la maggior parte delle tue risorse in opzioni sicure e una piccola parte in opportunità ad alto rischio ma con potenziale di grande rendimento.
Questo metodo ti aiuta a limitare le perdite più significative e a proteggerti da eventi rari e imprevisti che possono avere un impatto enorme, tipo il cigno nero.
Ecco qui un esempio:
Opzionalità: Lavoro part time che ti permette di mantenere uno stipendio base e abbastanza tempo libero mentre esplori altre opportunità.
Barbell: Dividi il tuo tempo tra attività a basso rischio (lavoro sicuro) e alto rischio (progetti personali con potenziale di crescita).

Di che competenze avresti bisogno?
Direi che è importante capire molto bene quali sono le competenze più richieste e pagate nel mercato attuale.
È facile farsi tentare dall'ultima tecnologia di moda, oppure dal trend del momento, ma la vera sfida è identificare quelle competenze che saranno preziose anche tra 5, 10 o 20 anni.
Tendenzialmente una competenza che non dura piu di 5 anni è considerata a breve termine.
Una competenza che dura dai 5 ai 10 anni è considerata a medio termine. Mentre una competenza che dura più di 10 anni è considerata a lungo termine.
In povere parole, le competenze più durature sono quelle che si basano su principi fondamentali e che possono essere applicate in diversi contesti.
Dopo aver studiato diversi percorsi di successo, ho identificato alcune competenze chiave che secondo me vale la pena sviluppare.
Le ho divise in tre categorie:
Competenze analitiche:
- Capire la teoria dei giochi, (vedi anche Giochi Finiti e Infiniti, The Game of Work e sopratutto The Game Theory)
- Capire l'interesse composto e soprattutto capire che può remarti contro.
- Capire l'effetto di leva finanziaria
- Come funziona la macchina dell’economia e anche il mutevole ordine del mondo
- Conoscere il principio di Pareto, (vedi anche Il principio 80/20)
- Conoscere i bias cognitivi, (vedi anche The Psychology of Human Misjudgment)
Competenze tecniche:
- L'ingegneria del software
- L'intelligenza artificiale
- Conoscere il copywriting
- Conoscere più lingue (non necessariamente l'inglese)
- Sapere articolare i propri pensieri in modo chiaro (NON sottovalutare)
- Saper gestire progetti complessi nel caos quotidiano
- Conoscere i principi del design (vedi anche, Grid Systems, The Design of Everyday Things, The Biology of Seeing, Nudge, )
Competenze sociali:
- Gestione dei conflitti
- Comunicazione persuasiva
- Negoziazione efficace (vedi anche Le nuove regole della negoziazione)
- Fare networking attivamente
- Conoscere la psicologia comportamentale (vedi Science And Human Behavior)
- Studiare la sociologia (per capire perché e di cosa le persone hanno paura oppure come pensano le masse )
- Saper impacchettare e vendere questa lista sotto forma di salame in un mercato di vegani.
Perché vale la pena leggere questo libro?
Direi che vale la pena leggere Talento o Fortuna per tre motivi principali:
Primo, ti aiuta a liberarti dall'illusione del controllo totale. Capire il ruolo della fortuna non è deprimente, al contrario: ti permette di essere più strategico e meno ossessionato dal "devo solo farmi il mazzo più degli altri".
Infatti NON devi.
Secondo, è un libro che usa la scienza e modelli matematici, per spiegare perché la meritocrazia pura è un mito. Non sono opinioni, sono fatti dimostrabili.
Terzo, e forse più importante, ti dà strumenti pratici per massimizzare le tue probabilità di successo. Non promette ricette magiche, ma ti insegna a giocare in modo più intelligente con le carte che hai.
📖 Il padrone e il suo emissario
Un viaggio affascinante nella dicotomia del nostro cervello, e come questa plasma la società moderna.
Questo è il libro più complesso che ho letto quest’anno. Un mattone di 600 pagine.
Diciamo non tanto complesso per il topic che tratta, quanto per come è strutturato e scritto.
Qui, lo stile dell'autore creava spesso una barriera tra me e il contenuto.
Ho dovuto scorrere almeno 100 pagine per iniziare a capire il filo del discorso e il punto che voleva fare.
Ma una volta superato lo scoglio iniziale, il contenuto si è rivelato incredibilmente interessante.
Il libro esplora la divisione tra i due emisferi del cervello e come questi influenzano la nostra percezione della realtà.
La tesi centrale è che l'emisfero sinistro, che dovrebbe essere l'emissario, è diventato in realtà il "padrone", usurpando il ruolo naturale dell'emisfero destro.
Questo squilibrio di potere tra i due emisferi plasma profondamente, e non sempre positivamente il nostro modo di pensare e agire.
Le idee principali che mi hanno colpito
Tieni conto che semplificare 600 pagine di neuroscienze scritte da un dottore clinico, in poche righe è un'impresa.
Sopratutto, temo che semplificando, perderò molte delle sfumature importanti del libro. Ma ecco i punti chiave che ho trovato più interessanti e che mi hanno fatto riflettere.
La meccanizzazione della vita
L'emisfero sinistro, nel suo ruolo di usurpatore, ha trasformato ogni aspetto della nostra vita in qualcosa da ottimizzare, quantificare, misurare.
La nostra giornata è diventata una serie di metriche da tracciare: i passi fatti, le calorie bruciate, le ore di sonno, i like ricevuti.
Persino l'arte viene ridotta a formule e algoritmi. L'autore sostiene che l'ultima vera produzione artistica risale forse al Rinascimento, quando gli artisti creavano per l'eternità, non per i like su Instagram.
Il punto più interessante è che forse noi non creiamo neanche per questi "like", ma per un bisogno compulsivo di rimanere visibili, di non sparire nel mare della spazzatura dove gli altri sono destinati a finire.
In povere parole, la nostra autenticità viene sacrificata sull'altare dell'engagement, della visibilità a tutti i costi.
Linguaggio sempre più tecnico
Il nostro modo di esprimerci si è trasformato in un gergo aziendale: parliamo di "gestione delle risorse umane", "ottimizzazione delle relazioni", come se fossimo macchine da programmare invece che esseri umani.
Parliamo d'amore usando termini come "investimento emotivo", "capitale relazionale", "valore aggiunto".
I bambini non giocano più, fanno "attività di sviluppo cognitivo". E noi riempiamo la loro agenda con attività come piscine, calcio, musica, inglese e piu ne ha piu ne metta, tutto rigorosamente schedulato e ottimizzato per massimizzare il loro "potenziale".
Non sono più vivaci, sono "iperattivi". Non sono più timidi, hanno "disturbi dell'interazione sociale".
Abbiamo creato un vocabolario che sterilizza l'esperienza umana, che la rende misurabile, gestibile, programmabile, come se fossimo tutti software da debuggare.
La cultura è diventata un museo dove non si può toccare nulla.
Non siamo più creatori di cultura, ma spettatori passivi.
Anzi, peggio: siamo diventati, come si dice nel gergo moderno, “voyeur culturali”.
Guardiamo, scattiamo foto, mettiamo like, condividiamo, ma non tocchiamo mai veramente nulla.
Non partecipiamo più alla creazione della cultura, la consumiamo come una sorta di fast food spirituale, predigerito e insapore.
Possiamo vedere tutto, desiderare tutto, sentire persino il profumo della cultura, ma non possiamo mai veramente assaggiarla.
La nostra esperienza culturale è diventata bidimensionale, proprio come gli schermi attraverso cui la filtriamo.
Il paradosso della felicità
Viviamo nell'epoca più prospera della storia. Eppure, non siamo più felici.
Anzi, in alcuni casi, il livello di felicità è addirittura diminuito. Questo fenomeno si spiega con la dominanza dell'emisfero sinistro, che ci spinge a cercare la felicità attraverso obiettivi misurabili e risultati tangibili.
Il punto è che più cerchiamo di "ottimizzare" la felicità, più ci allontaniamo dalla sua vera essenza, creando un ciclo di insoddisfazione perpetua.
Una cosa interessante è che in tutti i paesi in via di sviluppo, la felicità raggiunge un plateau a un livello sorprendentemente modesto, circa 10-20 mila euro di reddito annuo.
Quindi, una volta che le persone superano il concetto di "fame" o malattia e raggiungono un livello minimo di sicurezza, gli ulteriori aumenti del benessere materiale non influenzano più significativamente la loro felicità.
La conclusione è sorprendente
dopo aver superato un livello base di comfort, più soldi non significano più felicità.
Quindi, cosa conta davvero?
In pratica, le connessioni sociali profonde e la stabilità culturale sono più importanti per la felicità della prosperità materiale.
Ho ritrovato questa stessa idea anche nel libro "Il mito della normalità" di Gabor Maté, dove l'autore dimostra come il tecno-capitalismo e la perdita del senso di comunità stiano silenziosamente erodendo il nostro benessere.
La perdita del sacro
Forse l'aspetto più profondo di questa disconnessione è la perdita del senso del sacro.
Come direbbe Nietzsche, "God is dead".
Ora, tutto deve essere spiegato scientificamente, misurato, quantificato e ridotto a dati analizzabili.
Non c'è più spazio per il mistero, per la serendipità, per quella dimensione spirituale che ha sempre fatto parte dell'esperienza umana.
In questo contesto, essere autentici diventa quasi un atto di ribellione.
Perché vale la pena leggerlo?
Questo libro merita la tua attenzione per tre ragioni:
Primo offre una prospettiva unica sulla crisi della modernità. Non si limita a criticare il sistema attuale, ma ne svela le radici neurologiche, mostrandoci come il predominio dell'emisfero sinistro abbia plasmato la nostra società in modi che spesso non riconosciamo.
Secondo, è un potente antidoto al riduzionismo contemporaneo. In un'epoca in cui tutto viene ridotto a metriche e KPI, questo libro ci ricorda l'importanza della visione d'insieme.
Terzo, è un libro pratico. Una volta compreso lo squilibrio tra i due emisferi, inizierai a notare pattern simili ovunque: nel modo in cui lavori, nelle tue relazioni, persino in come organizzi il tuo tempo libero.
Questa consapevolezza può diventare uno strumento utile e potente per riequilibrare la tua vita.
Sì, è una lettura impegnativa che richiede pazienza e dedizione. Ma come spesso accade con le cose difficili, la ricompensa è proporzionale allo sforzo.
📖 The human use of human beings
Le radici filosofiche dell'AI, scritte 70 anni fa ma sorprendentemente attuali.
Perché ho scelto di leggerlo?
Nonostante abbia letto diversi libri sull'intelligenza artificiale, e nonostante la usi nel contesto lavorativo, ne parlo quotidianamente e scrivo articoli sul tema, sentivo il bisogno di approfondire le radici filosofiche di questa tecnologia.
Questo libro di Norbert Wiener, pubblicato nel 1950, è considerato uno dei testi fondamentali della cibernetica.
È affascinante vedere come molte delle questioni che ci poniamo oggi sull'AI erano già state anticipate più di 70 anni fa.
E forse ancora più interessante è notare come alcune delle preoccupazioni di Wiener siano più rilevanti che mai.
Le idee principali che mi hanno colpito
Ecco qui alcuni spunti che mi sono portato a casa.
L'entropia dell'informazione
Una delle idee più interessanti di Wiener è il concetto di entropia applicato all'informazione.
Secondo lui, proprio come l'universo tende naturalmente verso il disordine, anche l'informazione tende a degradarsi nel tempo.
Pensa alla quantità di "rumore" che dobbiamo filtrare ogni giorno sui social media, o alla difficoltà di mantenere una comunicazione chiara in un mondo sempre più complesso.
Wiener aveva previsto questo fenomeno, sottolineando come la tecnologia, se non gestita correttamente, potesse amplificare questa tendenza al caos informativo.
Il feedback come base dell'intelligenza
L'intelligenza, sia umana che artificiale, si basa fondamentalmente sui meccanismi di feedback.
Non è tanto quinti la capacità di elaborare informazioni che conta, quanto la capacità di imparare dai propri errori e adattarsi.
È interessante notare come questo principio sia alla base di molti sistemi AI moderni.
Nei modelli LLM lo chiamano Deep Learning, ma il concetto è lo stesso: l'apprendimento attraverso cicli continui di feedback e correzione.
L'automazione e il lavoro umano
Wiener non vedeva l'automazione come una minaccia in sé, ma avvertiva dei rischi di un'implementazione sconsiderata.
La sua preoccupazione principale non era che le macchine avrebbero sostituito gli umani, ma che avremmo finito per trattare gli umani come macchine, una preoccupazione che risuona fortemente nell'era dei lavoratori della cosiddetta gig economy e dei magazzini automatizzati.
Qui, come punto d’attenzione, ci consiglia di “smettere di baciare la frusta che ci flagella”.
Insomma, la vera sfida non è resistere al progresso, ma assicurarsi che serva genuinamente l'umanità invece di asservirla.
La responsabilità degli scienziati
Un tema ricorrente nel libro è la responsabilità morale degli scienziati e degli sviluppatori.
Wiener, che aveva lavorato a progetti militari durante la Seconda Guerra Mondiale, era profondamente consapevole di come la tecnologia potesse essere usata sia per il bene che per il male.
Qui sottolinea che gli scienziati non possono più nascondersi dietro la neutralità della scienza, ma devono assumersi la responsabilità delle conseguenze delle loro creazioni.
La comunicazione come base della società
Per Wiener, la società umana si basa fondamentalmente sulla comunicazione.
La sua visione della cibernetica non era solo una teoria delle macchine, ma una teoria generale della comunicazione e del controllo che si applicava tanto ai sistemi biologici quanto a quelli meccanici.
Perché vale la pena leggerlo?
Questo libro è un ponte tra il passato e il presente dell'intelligenza artificiale.
Mentre la maggior parte dei testi contemporanei sull'AI si concentra su aspetti tecnici o previsioni future, Wiener ci offre qualcosa di diverso: una base filosofica solida per comprendere la relazione tra umani e macchine.
È un libro che ti fa vedere l'AI da una prospettiva completamente diversa. Non troverai discussioni su transformer o reti neurali, ma comprenderai meglio le fondamenta concettuali su cui queste tecnologie sono costruite.
Il takeaway principale? La tecnologia è uno strumento, non un destino. E per usarla saggiamente, dobbiamo prima capire da dove veniamo.
Prima di chiudere…
Se sei arrivato fino qui, grazie per aver dedicato tempo alla lettura di questo articolo.
Comprendo che sia stata una lettura impegnativa e densa di contenuti.
Ma spero che queste riflessioni ti abbiano dato qualche spunto interessante.
Come sempre, sono curioso di sapere cosa ne pensi, quindi non esitare a lasciare un commento qui sotto.
A presto!