Ho finito di leggere La Caduta di Albert Camus qualche settimana fa e da allora mi ci giro intorno come si fa con certi pensieri che non riesci a smettere di ruminare.
Ti dico sin da subito che questo non è un libro che ti aggiunge qualcosa. È un libro che ti toglie qualcosa.
E quella cosa che ti toglie è la storia che ti racconti su chi sei.
Spoiler alert, se non hai ancora letto il libro. Quello che stai per leggere è una mia interpretazione. Camus lascia abbastanza spazio perché ognuno ci trovi qualcosa di diverso.
Tutto il libro gira intorno a una chiacchierata da bar. Il protagonista si chiama Jean-Baptiste Clamence, un avvocato parigino brillante, generoso, stimato. Uno che aiuta i ciechi ad attraversare la strada, difende i poveri senza chiedere compenso, ha un certo rispetto sociale e una vita che da fuori sembra impeccabile.
Anzi, lui stesso è convinto di essere una brava persona. Un uomo a proprio agio con se stesso ma perennemente insoddisfatto. Un uomo ambizioso, diresti.
E per un bel po' funziona.
Poi, una notte a Parigi, vede una donna sul ponte.
La vede. Sente che qualcosa non torna. Ma non si ferma.
Poi sente un tonfo. E le urla.
Il secondo giorno si sveglia come se niente fosse. Non legge nemmeno i giornali, per non sapere cos'è successo, come se potesse cancellare il fatto. E la lascia passare così per i prossimi tre anni.
L'avrebbe potuta salvare, certo, come faceva con tutti gli altri. Ma non si è fermato perché non c'era nessuno a guardare. La sua generosità era per il pubblico. La gentilezza era per gli applausi. Tutto quello che faceva era costruito per l'immagine di sé che voleva vedere riflessa negli occhi degli altri.
E in fondo lo conosci già, questo meccanismo.
Quante volte hai fatto qualcosa di generoso aspettando, anche inconsapevolmente, che qualcuno se ne accorgesse? Quante volte hai lavorato sodo solo per dimostrare a te stesso che sei uno che non molla? Quante volte hai aiutato qualcuno e ti sei sentito un po' deluso perché non ti hanno ringraziato abbastanza?
Clamence è solo la versione estrema di qualcosa che è già dentro tutti noi. E qui, Camus non lo presenta come un mostro. Lo presenta come uno specchio. Uno specchio rivolto verso il lettore stesso.
Il libro tocca un tema che mi ha colpito, perché è un tema che incontro ogni volta che penso all'ambizione.
La domanda che Camus ci fa fare è questa:
quando lavori per arrivare al tuo successo, qualunque esso sia, per chi lo fai davvero?
La risposta onesta è che probabilmente lo fai per la tua immagine. Per dimostrare qualcosa. Per costruire una versione di te stesso che gli altri riconoscano e approvino.
Clamence faceva esattamente questo. La sua vita era un progetto identitario. Ogni azione, ogni scelta, ogni relazione era un pezzo di quel puzzle. Voleva fare bella figura.
Il guaio è che tutto dipendeva dagli applausi degli altri. E quando gli applausi smettono di arrivare, la maschera cade. E cosi, quella notte, sul ponte, per Clamence non c'era nessuno che potesse applaudire.
Arrivato a questo punto nel libro, mi aspettavo che Clamence facesse i conti con la sua coscienza. Invece Camus mi ha sorpreso. Perché la caduta di Clamence non lo rende umile. Lo rende cinico.
E così, invece di fare i conti con i propri limiti, sceglie un'altra strada. Diventa un predicatore, uno che punta il dito e va in giro a smontare le maschere altrui con la stessa soddisfazione di prima.
Lo fa semplicemente perché è più facile giudicare che essere giudicati.
Quando sei insicuro di te stesso, il modo più rapido per sentirti meglio è trovare i difetti degli altri. Come ? Facendo sembrare gli altri peggiori di te. E Clamence diventa un maestro in questa arte.
Confessa subito i suoi peccati pubblicamente all'amico del bar. E poi usa quella confessione come leva. Il messaggio che trasmette è questo:
guarda, io sono fatto così. Ma lo sei anche tu, anche se non lo ammetterai mai.
Camus chiama questa figura il giudice-penitente. Uno che si flagella in pubblico non per umiltà, ma per conservare il potere di giudicare gli altri.
Il punto che mi ha colpito di più è questo.
Clamence non era ambizioso nel senso che intendiamo di solito. Non voleva potere o denaro in modo esplicito.
Voleva semplicemente essere ammirato.
Ed è una forma di ambizione molto più comune di quanto credi. Perché l'ammirazione non è mai tua per davvero. Appartiene a chi te la dà. E nel momento in cui smette di arrivare, o peggio, nel momento in cui ti guardi nello specchio e non ti riconosci più nell'immagine che hai venduto agli altri, crolla tutto.
Clamence ci arriva, per carità. Ma non attraverso una riflessione filosofica. Ci arriva su quel ponte, nel silenzio, quando capisce che senza pubblico non esiste neanche lui.
E da lì le domande che lui si pone diventano anche tue. Perché Camus non sta parlando di Clamence. Sta usando Clamence per interrogare chiunque legge il libro in quel momento.
Esiste un'ambizione che non dipenda dallo sguardo degli altri? Esiste un modo di costruire qualcosa senza che quel qualcosa sia, in fondo, una messa in scena? Puoi performare quando non c'è nessuno a guardare? Puoi fare bella figura di nascosto?
Non lo so. Ma so che una volta che le hai lette, non riesci a togliertele dalla testa. Almeno non subito.
C'è una riga che mi è rimasta attaccata. Camus dice che per descrivere un individuo moderno basta una frase sola:
Ha fornicato e ha letto i giornali. Tutto il resto è superfluo.
O meglio, ha scrollato TikTok e ha mandato messaggi su WhatsApp. Il principio è lo stesso.
Riempi la vita di cose. Stimoli, distrazioni, novità, rumore. E lo chiami bagaglio di esperienze. Ma un conto è riempire il bagaglio, un altro è sapere dove stai andando. Il punto è che non ti fermi mai abbastanza a lungo da chiederti chi sei davvero quando non c'è nessuno a guardare.
Camus lo sapeva. E lo ha scritto in sessantacinque pagine che sembrano una conversazione da bar.
Trovi La Caduta qui.
Stammi bene.