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6 min di lettura Tecnologia

Ho seppellito il Kindle per uscire dal tecnofeudalesimo

Non è una storia di nostalgia, ma di proprietà, controllo e cultura nell’era delle piattaforme. Un’esperienza personale sul tecnofeudalesimo digitale.

Un Kindle spento. Non è un libro. E' il simbolo perfetto del tecnofeudalesimo.

Ho comprato il mio primo Kindle nel 2013, convinto che fosse il futuro della lettura.

Oggi, dopo quasi dodici anni, l’ho seppellito nel cassetto della mia scrivania. E no, non è stato un funerale cerimonioso. Anzi, è stato più che altro un atto necessario di igiene digitale.

Sai, quelle pulizie che ti tocca fare quando ti rendi conto che la casa è infestata di parassiti.

Ora ti dirò la verità.

Il Kindle sembrava il dispositivo perfetto.
Anzi, era perfetto. Non posso negarlo.

Ma stavo costruendo un castello sulla sabbia di proprietà di qualcun altro.

Vedi, la maggior parte delle persone vive nel mondo delle fate, convinta che cliccare sul pulsante Acquista ora significhi davvero acquistare qualcosa.

Il problema è che il Kindle non è un libro.
È una licenza.

E tu non sei il proprietario della tua cultura. Sei solo un affittuario a tempo determinato, a discrezione del padrone di casa.

E, in un certo senso, questo mi disturba.

Mi disturba perché per dieci anni il mio approccio alla lettura non è stato passivo.
Era un rituale di dominio.

Per farti capire, funzionava esattamente in questo modo.

  1. Compravo il libro.
  2. Lo scaricavo e lo passavo a Calibre per levare le sue catene.
  3. Lo trasferivo fisicamente sul dispositivo.
  4. Leggevo, sottolineavo, massacravo il testo con le mie note.
  5. Scaricavo tutto, libro e appunti, e lo archiviavo nel mio sistema PKM, che solitamente finiva in Obsidian.

Vedi, le mie note sono il mio capitale intellettuale. Non averle è come non avere una casa.

E chi mi legge da tempo sa che il mio sistema di lettura si basa sulla completa proprietà dei dati.

Non so tu, ma a me non si appiccica per niente lo slogan di Klaus Schwab quando dice che non avrai nulla e sarai felice
Anzi, lo reputo un insulto.

Al contrario, io voglio avere tutto.
E voglio essere felice perché è mio.

E così ero convinto che quell’ebook digitale fosse mio. Che potessi farne ciò che volevo. Convertirlo, spostarlo, salvarlo su un hard disk in un bunker antiatomico, se mi andava.

Sto esagerando? Forse.
Ma hai capito l’idea 💡

Poi, l’anno scorso, è successo l’inevitabile.

Amazon ha rimosso il pulsante per scaricare i file dei libri digitali.

Un giorno, mi sono trovato davanti a questo avviso:

⚠️
L’opzione Scarica e trasferisci via USB non sarà più disponibile. Potrai comunque inviare i libri Kindle ai tuoi dispositivi abilitati al Wi-Fi selezionando l’opzione Consegna o Rimuovi dal dispositivo

Semplicemente, da un giorno all’altro, il mio workflow è diventato illegale agli occhi di Bezos.

Insomma, i libri che credevo miei erano in ostaggio. Ma il vero problema erano le note. Non potevo esportarle integralmente. Amazon mi concedeva di salvarne solo una piccola percentuale per ogni libro. Oltre quella soglia arbitraria, i miei appunti smettevano di essere miei.

Mentre io convertivo i miei libri in formati open, il mio Kindle faceva il contrario.
Ed era come giocare a ping-pong.

Certo, esistevano altri workaround. Hack. Modi per aggirare il sistema.

Ma non era questo il punto.

Il messaggio subliminale che mi stavano vendendo era un altro:

“Questo contenuto non è TUO. È nostro.
TU paghi solo per guardarlo finché NOI decidiamo che va bene così.”

Perché questo cambiamento?

Beh, diciamo che è una strategia di difesa del capitale.

L’oligarchia editoriale è terrorizzata.
Le case editrici temono che se i consumatori potessero davvero possedere e rivendere gli eBook, esattamente come fanno con i libri cartacei, il loro modello di business crollerebbe all'istante.

E quindi hanno creato una scarsità artificiale.

Hanno deciso di non vendere il bene, ma di concedere solo una licenza d’uso revocabile e limitata.

Il problema è che gli eBook non costano meno dei libri cartacei.
Anzi, spesso costano molto di più.

Eppure non hai carta, non hai stampa, non hai distribuzione fisica.

Poi ho notato un’altra cosa perversa, il bundling forzato.

E questo funziona più o meno così.

Costringono le biblioteche, e di riflesso te, a comprare pacchetti enormi di titoli spazzatura oppure a sottoscrivere un abbonamento, pur di avere quell'unico libro che ti serve davvero.

Immagina di camminare per strada, in un centro città come Milano o Torino.

Un tizio (o una tizia) ti ferma e ti fa quella domanda che ormai reputo stupida:

“Ciao, qual è l’ultimo libro che hai letto?”

Tu, ingenuamente, rispondi.
Ma a lui non frega un ca*zo di cosa leggi. Il suo unico compito è piazzarti un bundle.

Tu provi a chiedere solo quello che ti serve davvero, e lui ti risponde:

“No, caro. Se vuoi questo libro, devi prenderti anche quest’altro pacchetto di roba che non ti serve.”

Ed è la stessa logica dello streaming TV applicata alla cultura.

Ti vendono RUMORE per nasconderti il segnale.

Più o meno come nel catalogo di Netflix dove hai tutti i titoli, ma non trovi mai quello che vuoi davvero quando ti serve.

Ma i libri cartacei sono morti? Assolutamente no. Anzi, continuo a comprarli e a leggerli.

Semplicemente, il digitale vince sulla logistica. Se trovo un libro interessante, non ho intenzione di aspettare mesi per la traduzione in italiano. Lo voglio subito. E il digitale è l'unico modo per leggere al volo, in qualsiasi lingua e in qualsiasi posto.

In fondo, era proprio questo il motivo per cui ero finito nel digitale.
Volevo scegliere i miei libri da solo, senza farmi condizionare da nessuno, senza dover acquistare serie di bundle junk che non avrei mai letto.

E il percorso Kindle ha funzionato.
Per un bel po’, direi.

Poi, con il loro blocco, ho dovuto cercare altrove.

Per l’intero anno scorso ho tentato la fuga verso Apple Books.
Tra l’altro, se vuoi dare un’occhiata ai libri che ho letto nel frattempo, li trovi qui👇

8.279 pagine per uscire dalla Matrix
I libri che mi hanno spinto fuori dalla comfort zone

Per esempio, Apple non mi limitava il numero di appunti e mi permetteva di scaricarli. Certo, serviva qualche trucco.

Ma dal momento che salvavano tutto in un backend SQLite facilmente reperibile sul Mac, potevo lanciare le mie query e scaricare gli appunti in formato testo senza troppi problemi.

A un certo punto sembrava quasi un giardino più curato, più ordinato.

Poi però ho deciso di scaricare i miei eBook. E pensa che, ancora una volta, ingenuamente, ero convinto che fossero miei.

Sorpresa 💊...

Apple conserva i libri in un formato proprietario. Un’altra gabbia dorata, solo con le sbarre più lucide di quelle di Jeff Bezos.

Certo, anche qui esistono workaround. Ma, ancora una volta, la mia libreria digitale non era davvero mia. Era in affitto.

A quel punto ho dovuto fare una scelta. Diventare un possessore, oppure rassegnarmi a essere un abbonato e mettermi l’anima in pace.

E non fraintendermi. Non ho nulla in contrario a pagare per il valore. Compro gli eBook e, soprattutto, non li condivido illegalmente. Ma esigo il possesso. Perché non credo nella filosofia di vita di Schwab.

Se pago, quell’ebook deve essere mio. Deve risiedere sul mio server, non nel cloud di qualcun altro.

Così, quest’anno, ho attuato quello che potrei chiamare il piano di ristrutturazione definitivo.

L’altro giorno ho comprato un Kobo Clara BW. L’idea era molto semplice, almeno sulla carta. Il Kobo doveva fungere solo da lettore, un semplice schermo e-ink. La libreria la costruisco io e il formato lo decido io.

A quel punto ho tirato fuori le mie competenze tecniche e ho costruito un sistema autonomo. Ho preso un progetto open source chiamato Booklore e ci ho costruito sopra la mia libreria.

Illustrazione VS Code per esportare il database del Kobo e caricare i dati

Ho messo mano al firmware del Kobo, lasciando il core quasi inalterato. Ho però iniettato un binario curl preso da qui per spedire le note al mio server e configurato alcuni script per leggere i dati grezzi dal database interno e inviarmi una copia periodicamente.

Ho poi configurato il dispositivo per scaricare i libri direttamente dalla mia libreria, tagliando fuori completamente altri store e impedendo conversioni inutili verso formati proprietari. Infine, ho automatizzato l’estrazione degli appunti verso Obsidian.

Il risultato è questo.
Ecco la mia libreria digitale 👇

Screenshot della mia libreria su Booklore. Niente DRM. Solo file di mia completa proprietà.
Screenshot della mia libreria digitale durante la migrazione....

Ora sono in piena migrazione. Sto spostando ogni singolo byte da Apple e Kindle verso il mio server.

È macchinoso? Ti sarò onesto. Sì, è uno sbattimento. Richiede competenze tecniche? Assolutamente.

Ma è l'unico modo per uscire dal cosiddetto tecnofeudalesimo.

Perché ho capito una cosa fondamentale. La comodità è l'esca che i grandi business usano per toglierti la libertà.

Oggi la mia libreria non dipende più da un algoritmo. Non dipende da un cambio di policy aziendale. E non dipende dall'umore di qualche CEO sociopatico nella Silicon Valley.

Dipende solo da me. (backup inclusi).

E qualora tu sia arrivato fino a qui, lascia che ti chieda una cosa. Sei un possessore o sei solo un utente in affitto nella tua stessa vita?

Stammi bene e buona lettura 📖