Per un lungo tempo sono stato ossessionato dall'iperproduttività.
Ho esplorato praticamente ogni risorsa sulla produttività esistente, divorando libri di guru americani e internazionali e sperimentando metodologie di ogni tipo, da David Allen fino all'ultimo predicatore di performance apparso sul mercato.
Ho due burnout alle spalle.
Questo mi dà, in un certo senso, l'equivalente di un master in una materia che possiamo chiamare overperforming.
Tanto che ho costruito questo blog come hub dedicato alla produttività, scrivendo articoli per incitare le persone a muovere il culo dal divano.
Eppure qualcosa dentro di me esitava e tendeva più spesso verso una procrastinazione voluta.
Poi mi e’ capitato di leggere la società della stanchezza di Byung-Chul Han.
L'ho divorato in 2 ore e, appena chiusa l'ultima pagina, sono arrivato a una conclusione che potrei riassumere in una sola frase 👇
Han, in parole povere, mi ha fatto capire che la società della performance in cui viviamo ha addomesticato l'uomo, rendendolo docile, prevedibile, disciplinato, ma anche debole, frustrato e privo di creatività.
Paradossalmente, in questo contesto, ciò che chiamiamo procrastinazione è spesso una ribellione inconscia a questo sistema, non un difetto personale.
È più che altro una reazione naturale a una società che ci spinge verso un nichilismo performativo, dove l'azione ha valore solo se produce risultati misurabili sotto forma di KPI.
Da soggetti disciplinati a imprenditori di noi stessi
Quello che ho capito leggendo questo libro è che siamo scivolati da una società disciplinare a qualcosa di molto più subdolo: una società ossessionata dalla performance.
Il punto è che non siamo più oppressi da divieti esterni, come nel caso dell'oppressione di classe o razziale.
A quanto possa sembrare strano, oggi siamo oppressi da un eccesso di positività.
Non ci viene più detto "non puoi", "non devi", ma addirittura "puoi fare tutto".
E questa illusione di onnipotenza ci rende inevitabilmente soggetti della performance.
Oggi, tutti stiamo diventando imprenditori di noi stessi.
E questo cambiamento ha conseguenze enormi.
In primis, non hai più un capo che ti costringe a lavorare il weekend, sei tu che ti svegli alle 6 di domenica mattina per rispondere alle email perché devi restare competitivo.
Il tuo peggior nemico è diventato quello che vedi allo specchio ogni mattina.
Come mai?
Secondo Han, abbiamo interiorizzato così profondamente l'imperativo della performance che ci autosfruttiamo volontariamente, credendo che sia una nostra libera scelta.
In altre parole: mentre un tempo il capitalismo sfruttava gli altri, oggi ha trovato un modo più efficiente per farlo, chiedendo a te di sfruttare te stesso.
In questo contesto diventi contemporaneamente predatore e preda, vittima e carnefice.
Le nuove patologie: depressione e burnout
Non so se ci hai mai fatto caso.
Ma le malattie emblematiche del nostro tempo non sono più quelle batteriche o virali, ma quelle neurologiche: depressione, ADHD e burnout.
E non è un caso. I miei due burnout non erano fallimenti personali, ma sintomi di un sistema malato.
Nascono quando l'individuo non riesce più a tenere il passo con l'imperativo di essere sempre produttivo, sempre connesso, sempre performante.
Chi soffre di burnout non è un debole.
È semplicemente qualcuno che ha preso troppo sul serio l'idea che dovrebbe sempre dare il massimo, in ogni ambito della vita.
Il fatto che ci dia fastidio la procrastinazione
Il fatto che ci dia fastidio la procrastinazione è più probabile una mutazione antropologica.
In un certo senso non ci vediamo più come persone, ma come progetti da ottimizzare.
Ci trattiamo come smartphone da aggiornare e se per caso non performiamo all'ultima versione, siamo obsoleti.
L'idea che il nostro valore possa essere misurato in KPI, OKR e dashboard è un'invenzione moderna che produce una forma sottile di auto-odio ogni volta che non raggiungiamo i nostri target.
La regressione evolutiva del multitasking
Il multitasking, che consideriamo un'abilità moderna, è in realtà un regresso evolutivo.
È una tecnica di sopravvivenza tipica degli animali selvatici, non un progresso della civilizzazione.
Un animale selvatico, intento a mangiare, deve contemporaneamente svolgere altre attività per sopravvivere.
Ad esempio, deve tenere lontani i rivali dalla sua preda e deve costantemente stare in allerta, per non essere a sua volta mangiato mentre sta mangiando.
Ecco, noi abbiamo ricreato artificialmente quella stessa condizione di allerta permanente.
Solo che invece di predatori noi abbiamo notifiche, invece di rivali abbiamo la sindrome FOMO, e invece di sopravvivere fisicamente cerchiamo di sopravvivere socialmente ed economicamente.
Il risultato? Non riusciamo più a fare una cosa alla volta.
In sostanza, abbiamo perso la capacità di fermarci, di contemplare, di annoiarci.
Il riposo come strumento produttivo
Persino quando decidiamo di riposare, lo facciamo con uno scopo produttivo.
Non riposiamo per il piacere intrinseco del riposo, ma per ricaricarci in vista della prossima sessione di lavoro.
Pensa al weekend. Il weekend non serve più a farci godere la vita, ma a ricaricarci per la settimana successiva.
Abbiamo completamente ribaltato la concezione aristotelica secondo cui il lavoro era al servizio del tempo libero.
Oggi, il tempo libero serve il lavoro.
E questo noi lo chiamiamo ironicamente work-life balance.
Mentre una volta avevamo interruzioni o tempi morti, oggi tendiamo a riempire ogni vuoto della giornata con qualcosa da fare.
Di fronte alla domanda dovrei lavorare di più? la nostra risposta automatica è sempre la stessa: sì.
Il paradosso tecnologico
Nel XX secolo abbiamo assistito a un'esplosione di tecnologie per risparmiare lavoro: frigoriferi, lavatrici, aspirapolveri, lavastoviglie che teoricamente avrebbero dovuto ridurre i lavori domestici.
Eppure le donne nel 1960 dedicavano più ore ai lavori domestici rispetto al 1920.
La stessa identica storia si sta ripetendo oggi con l'intelligenza artificiale.
Le promesse che ci facciamo sono queste: L'intelligenza artificiale ridurrà il nostro carico di lavoro, regalandoci più tempo libero.
La realtà temo sarà più simile a questa: L'intelligenza artificiale espande il perimetro di ciò che è possibile fare, alzando le aspettative e creando ancora più lavoro.
Così, l'uomo moderno, ossessionato dai risultati, finisce per imporsi da solo con la frusta, una libertà obbligata.
Ovvero, la libertà di dover sempre spingersi a fare di più.
Il lavoro eccessivo e la corsa continua alla performance si trasformano, alla fine, in auto-sfruttamento.
In pratica, ci frustiamo da soli: diventiamo sia padroni che schiavi di noi stessi.
Il culto della salute
La salute è diventata una nuova divinità. La palestra è diventata la nostra chiesa, il nutrizionista il nostro prete.
Siamo tutti atei, atei salutisti.
La vita viene ridotta a processi biologici, priva di narratività e valore profondo.
Non si tratta più di vivere bene, ma di ottimizzare ogni parametro vitale: passi, calorie, battito cardiaco, ore di sonno.
Tutto deve essere tracciato, misurato, migliorato.
Ma i salutisti più estremi non amano la vita, la temono, e questa paura li spinge a trasformare ogni giorno in un'ossessiva raccolta di dati biometrici.
Abbiamo trasformato i nostri corpi in progetti di ingegneria, dimenticando che un corpo è fatto per essere vissuto, non solo ottimizzato.
Il risultato? Il soggetto della performance non è il superuomo di Nietzsche, ma l'ultimo uomo che non fa altro che lavorare fino allo svenimento, intrappolato in un nichilismo performativo.

Ci stiamo trasformando in macchine.
Non vediamo più noi stessi come persone, ma come progetti da ottimizzare.
Come smartphone da aggiornare. Come automobili da portare dal meccanico per il tagliando.
Il nostro dialogo interno è diventato una litania ossessiva: "Devo migliorare la mia produttività", "Devo ottimizzare il mio tempo", "Devo performare meglio".
Devo, devo, devo.
È come se dentro di noi convivessero due persone: il capo spietato e l'impiegato sempre inadeguato. Il problema è che questo capo interiore non è mai soddisfatto.
Così, quando non raggiungiamo i nostri obiettivi, ci riteniamo praticamente falliti.
Anche quando siamo esausti, bruciati, sull'orlo del crollo, quell'imperativo interno continua a frustarci.
E non importa se le conseguenze sono disastrose, la voce del "devi fare di più" è diventata così radicata che preferiamo l'auto-flagellazione alla compassione verso noi stessi nove volte su dieci.
Cosa possiamo fare?
La via d'uscita da questo labirinto passa per la riscoperta della vita contemplativa: la capacità di fermarsi, di dire "NO", di porre limiti, di trovare momenti dove non fare oggettivamente un cazzo.
La noia profonda, che oggi cerchiamo disperatamente di evitare, potrebbe essere proprio ciò di cui abbiamo bisogno.
In un mondo in cui possiamo delegare la produttività alla tecnologia, le persone che raccolgono i maggiori benefici NON sono quelle che lavorano più velocemente o producono di più.
Ciò che fa davvero la differenza è avere gusto, immaginazione, creatività, coraggio, giudizio, intuizione, volontà.
E queste sono qualità che fioriscono solo quando ci permettiamo di fermarci, di contemplare, di procrastinare.
In un mondo che ci spinge sempre a fare di più, forse la vera ribellione sta nel fare meno, nel permetterci di essere anziché di produrre costantemente.
Dopo anni di ossessione con la produttività e due burnout alle spalle, ho imparato una cosa controintuitiva che suona piu meno cosi : “caro procrastinatore, smetti di cercare di smettere”
La domanda che ti lascio è questa: sei disposto a essere un po' meno "produttivo" per essere un po' più umano?
Stammi bene, o meglio dire, stammi lento!
